La sopravvivenza metropolitana è una disciplina, l’alternativa è solo una: soccombere. Con la bici pieghevole ho visto la luce. A Roma, come a Milano e mi pare ovunque la bici sta riprendendosi prepotentemente uno spazio importante: tempi di percorrenza certi e spesso più rapidi del trasporto pubblico o privato, un po’ di solitudine salutare, una sgambata benefica.

Prima di leggere questo pezzo date un’occhiata a “Rhome survival chronicles“, la web serie/parodia di Marco Fabiano e Domizia Mattei che racconta la lotta quotidiana per la sopravvivenza nella Capitale: vi farà inquadrare meglio il contesto di cui si parla.

ANTEFATTO – Nel 2013 con Giorgia, mia moglie, abbiamo fatto una di quelle scelte che ti segnano la quotidianità nel bene e nel male: con la gentile partecipazione di una banca abbiamo comprato la nostra prima casa in un quartiere di Roma nuovo e per molti aspetti innovativo. Si chiama Mezzocammino, stranamente è stato dotato fin dai primi anni della sua esistenza di alcuni servizi essenziali ed è ricchissimo di parchi pubblici e giardini privati. Compreso il nostro, il mio secondo figlio dopo la piccola Marta. Volevamo pace e tranquillità, verde, aria respirabile e un ambiente esterno della casa molto vivibile.

LA LOTTA – Ma il quartiere si trova appena fuori dal famigerato Grande Raccordo Anulare, lontano dal centro – circa 14 km da Piazza Venezia – anche se le periferie estreme di Roma sono ben altre. Prima di comprare abbiamo studiato i percorsi per raggiungere i rispettivi luoghi di lavoro: avevamo stimato che con alcune combinazioni intermodali e molta sopportazione per le condizioni precarie, a volte disumane, riuscivamo a stare appena sotto la soglia psicologica dei 60 minuti (che suona meglio di “un’ora”). La stima si è rivelata corretta, salvo tristi eccezioni. Macchina-metro-autobus/piedi, questa era la formula magico/diabolica. Appena fatto il trasloco è iniziato un fantozziano lavoro per limare i tempi minuto dopo minuto. Accorciando il percorso in macchina a favore di un’ulteriore intermodalità che coinvolge il leggendario trenino Roma-Lido di Ostia, i tempi di percorrenza sono scesi di 5-10 minuti. Ma per chi vive in una metropoli il tempo impiegato nel tragitto da e per il lavoro è una fetta di vita e ridurlo è un sogno che diventa una missione, a volte anche ossessione.

Mentre Giorgia ha velocemente raggiunto una stabile rassegnazione, io mi sono dannato per mesi constatando l’impossibilità di stabilire tempi quasi certi. Il tratto finale del mattino e iniziale della sera (ancor di più) prevedeva l’uso del bus. Percorrere appena 2-3 km per raggiungere la stazione metro Colosseo o quella del trenino a Porta San Paolo era una scommessa e la forchetta dei minuti si divaricava paurosamente dai 20 ai 40 minuti. Tralascio i dettagli su come a volte trapassavo i corpi per saltare sul mezzo pubblico.

LA SVOLTA – Finché arrivò una svolta: nelle prime settimane d’autunno, dopo la lunga pausa estiva nella amata patria Sicilia, tra buoni propositi e vecchia intermodalità, con Giorgia riflettiamo su come scavallare quei maledetti 2-3 km. La prima proposta di Giorgia la cassai con sprezzo e la perentorietà necessaria per farla desistere subito: un monopattino o qualcosa di simile che aveva visto in giro. Sto lottando per tutelare la mia dignità residuale e a fare il Mary Poppins in cravatta non ci sto.

Con la bici pieghevole invece…ho visto la luce! Pensa che ti ripensa, navigando navigando, ci siamo annusati e piaciuti. Sempre la complice Giorgia mi ha spinto ad accelerare segnalandomi un’offerta on line. Presa. Bicicletta pieghevole marca Mario Schiano, telaio in alluminio, forcella in acciaio, ruote da 20 pollici, 13 kg circa il peso, 6 marce. Non avevo fatto ancora ricerche “definitive”, ero e resto un profano e questo post non vuole essere una guida tecnica per l’acquisto di una pieghevole. Non ho la preparazione. Si tratta solo di una testimonianza di sopravvivenza metropolitana. Per citare l’intrattenitore di Facebook Arfio Marchini, autobus ti scavalco, bicicletta ti adotto, Roma ti amo (e spesso ti odio).

La mia Schiano è una bici di fascia economica, da primo approccio. Per sintetizzare in poche parole il mio giudizio vi dico che è una bestiola solida, che dopo un paio di mesi di utilizzo fa il suo sporco mestiere, con 6 marce che collaborano con le gambe, ma NON è la bici ideale, e nemmeno del tutto adatta, all’intermodalità quotidiana. Le dimensioni da piegata e la “portabilità” non sono il massimo. Portarla con una mano è difficile e bisogna fare attenzione perché se tenuta male tende ad aprirsi: non c’è un meccanismo che la blocchi in chiusura. Questo limite è doppio: se le ruote stessero stabilmente appaiate si potrebbe trascinare la bici tenendola per il sellino, sollevato, e far girare le due ruote parallelamente. Altre bici di diverse marche hanno un laccio in velcro che blocca le due ruote appaiate, alcune un magnete che secondo me è ancora più efficace. Forse proverò a montare il magnete sulla mia Schiano. Vi farò sapere.
La fuoriuscita della catena è un pericolo che incombe in caso di “salti” eccessivi: affrontate alla velocità minima, quasi da fermo, gli scalini che troverete sul percorso e cambiate marcia coi pedali in movimento. Con questi accorgimenti il pericolo svanisce. Ma per sicurezza portate con voi due guanti in lattice monouso per un riposizionamento volante della catena.

Se cercate una bici economica e affidabile da piegare e trasportare da chiusa occasionalmente, la Schiano fa al caso vostro. Se dovete aprirla e chiuderla ogni giorno, magari più volte, provate a cercare di meglio spendendo qualcosa di più oppure armatevi di un po’ di pazienza e imparate a imbracciarla. Se, come nel mio caso, il trasporto da chiusa è per poche decine di metri, la Schiano non si farà odiare.

IL FANTASTICO MONDO DELLE BICI PIEGHEVOLI – Da quando l’ho comprata non ho ridotto bensì aumentato le mie ricerche. Brompton, Dahon, Tern, Olmo, Atala e altre. Online si trovano molte informazioni. Come sempre, i forum danno molti elementi utili.
Alcune dritte raccolte qua e la e frutto della mia esperienza: le pieghevoli più diffuse sono con ruote da 20 pollici, piccole ma non tascabili, o da 16 pollici, veramente ridotte. Il mercato di quelle da 20′ è ampio per tipologie e prezzi. Su quella da 16′ invece bisogna stare attenti: secondo un parere diffuso, se si punta a questa tipologia ultraridotta si deve spendere e puntare in alto. Altrimenti si finisce nella gabbia del criceto. Le ruote piccole e il passo corto costringono il ciclista lavoratore a cricetare per fare pochi metri. È qui che la Brompton fa la differenza: il passo lungo e la tecnologia del cambio garantiscono uno sviluppo metrico paragonabile a una mountain bike con ruote da 26′.

10 kg è il peso indicativo di una bici molto leggera, sopra i 13 diventa sempre più pesante e quindi poco intermodale. Se sul vostro percorso ci sono pendenze, anche non proibitive, propendete per bici con le marce: di solito vanno da 2 a 7. Andare a lavorare in bici è attività diversa dallo sport nel tempo libero. Le marce aiutano a non sudare più del minimo inevitabile mantenendo anche una postura “pulita”.

Capitolo trasporto oggetti personali e di lavoro: all’inizio della mia vita da lavoratore/ciclista ho rapidamente accantonato lo zaino – che pure è l’ideale per certi aspetti – perché la sudorazione nella schiena diventa un problema. Ho acquistato una borsa che si aggancia al portapacchi, è sagomata per non fuoriuscire sui fianchi e con le varie tasche è molto comoda.
In giro per Roma zaini in spalla a ciclisti ne vedo molti. Probabilmente in questi giorni di vero inverno, finalmente, il problema sudore anche con lo zaino sarebbe ridotto o nullo.

PERCORSI IN CITTÀ – Parliamo dei percorsi? non dico nulla di nuovo: Roma, come tutte le città medio-grandi del centro-sud, è nemica dei ciclisti. Le piste dedicate sono poche e prima o poi finiscono nell’oceano del traffico nevrotico. Con mappe alla mano e soprattutto un paio di settimane di studio sul campo, ho perfezionato un percorso tra marciapiedi, corsie riservate a tram e taxi e vicoli tranquilli.

Roma ha una superficie infinita e qualche milione di lavoratori si trova ogni giorno a saltare tra diversi mezzi di trasporto pubblico. E’ un percorso a tappe. Una o più frazioni possono essere fatte in bici per accorciare i tempi, soprattutto dei bus di superficie. Osservate il percorso, valutate se si può pedalare su strada o marciapiedi senza correre rischi eccessivi e prendete in seria considerazione la possibilità di un po’ di movimento in libertà. Sulla riva del Tevere c’è una lunga pista ciclabile: chi può ne approfitti – ma evitate le ore del buio – raggiungere la quota città è facile portando la pieghevole sulle scale.
Secondo le disposizioni di Atac, le biciclette pieghevoli possono viaggiare su metro A, B/B1, Roma-Lido e sulla rete di superficie ogni giorno della settimana, senza vincoli di orario.
A Roma, come a Milano e mi pare ovunque la bici sta riprendendosi prepotentemente uno spazio importante, diventando un mezzo di sopravvivenza metropolitana: tempi di percorrenza certi e spesso più rapidi del trasporto pubblico o privato, un po’ di solitudine salutare, una sgambata benefica.

Ps: l’aria nel centro di Roma fa schifo: una mascherina antismog, facilmente acquistabile online, ci fa sembrare un po’ giapponesi precisetti ma fa bene alla salute, soprattutto per chi fa mulinare gambe e cuore.

La sopravvivenza metropolitana è una disciplina, l’alternativa è solo una: soccombere. Presto proverò a raccontare altri capitoli della saga. E non trascurate l’ipotesi di fare ricorso ai mezzi utilizzati in “Rhome survival chronicles”: una bomba a mano per liberare un posto auto o un casco da Football americano per entrare in metropolitana possono essere decisivi.