C’è un luogo in una terra lontana come la California che si chiama Avenal. Un piccolo paesino a meta strada tra San Francisco e Los Angeles, nel mezzo delle colline californiane. Se guardate meglio, poco più in la c’è un carcere, l'”Avenal State Prison”, una struttura di media sicurezza che, con raffinato manierismo da carcere francese del 700, ospita 7.582 detenuti in 2.920 posti.

In questa sorta di campo profughi detentivo, troverete degli enormi stanzoni, che contengono fino a 600 carcerati che vivono e dormono assieme. Come ogni struttura simile affronta i problemi che si presentano puntuali: infezioni, malattie, parassiti, e l’inevitabile istinto umano di sopravvivenza che porta a lottare per affermare se stessi. A discapito di tutti e di tutto. Un posto migliore, un pasto più abbondante, semplicemente un refolo d’aria per sfuggire al caldo soffocante del deserto sono un motivo sufficiente a creare una situazione in cui è l’uomo a diventare metro dell’uomo.


Ci sono persino degli irriducibili gatti selvatici ad Avenal, e le infezioni di “Valley Fever“, che qualche anno fa hanno causato tre morti e una reprimenda del Sistema Carcerario Californiano che ha parlato di “una totale interruzione nelle cure mediche“.

Ad Avenal, vive un recluso italiano: potete chiamarlo con il suo nome, Carlo Parlanti, o con il nome che a volte mi sembra più adatto, Ivan Denisovich. Proprio come il protagonista del  romanzo di Alexandr Solženicyn con cui mostra una perfetta corrispondenza. Carlo Ivan, è stato imprigionato e condannato a 9 anni dopo un processo basato su prove false, dichiarazioni incongruenti, non so, non ricordo. Gli era stato anche offerto di confessare in cambio della riduzione della pena ad un anno, ma ingenuamente aveva pensato che verità e giustizia fossero la stessa cosa, quindi cosa confessare se non la propria innocenza?

Adesso si trova a combattere con la sua nuova vita, a misurarsi con i suoi pensieri, con la realtà che lo circonda opprimente come un peso sul cuore, e a sentire ogni giorno quello piu terribile “ma io sono innocente”. Ecco, mi chiedo cosa io, voi, chiunque proverebbe al suo posto, lottando ogni giorno per arrivare a quello dopo. Sapendo che la sera ti addormenti, e al mattino potresti non esserci più, per il capriccio di una spora infettiva, o l’antipatia di un detenuto. Ma sapendo anche che al tuo risveglio quelle sbarre saranno ancora lì.

Come Ivan Denisovich potrebbe smettere di sperare, di chiedersi cosa accadrà domani,  ma ancora resiste. Per quanto, non è ancora dato saperlo.