Cos’è il TTIP? Eccolo spiegato per il resto di noi

Avrete sentito parlare di TTIP, l’accordo di libero scambio tra USA e UE. Cos’è, quali sono i pro e i contro, cosa fa il parlamento europeo: ve lo spieghiamo nel primo di due articoli sull’argomento. 

COS’È – Si chiama TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, o accordo di libero scambio transatlantico), è attualmente in discussione al parlamento europeo e americano e ne avrete sentito parlare, per un verso o per l’altro, anche solo di sfuggita dal solito amico apocalittico. È l’accordo che vorrebbero stringere tra loro USA e UE, per facilitare lo scambio di merci e beni di ogni tipo, investimenti, sviluppo: in pratica eliminerebbe i dazi doganali e semplificherebbe e renderebbe omogenei i regolamenti che impediscono ad un Parmesan del North Dakota, fatto con latte in polvere agli ormoni, di essere venduto sui nostri scaffali. Allo stesso tempo però permetterebbe di portare la civiltà in Idaho, dove potrebbero finalmente comprare un San Daniele vero a prezzo normale, e capire che il Prosciuto (con una t) Daniel fa schifo.

Ha già scaldato gli animi creando due fronti nettissimi e contrapposti tra chi crede che questo possa dare la stura a tutti i peggiori vizi delle multinazionali e dei burocrati degli altri paesi (come se i nostri ne fossero esenti) e chi crede che l’accordo porterà ricchezza, benessere, prosperità e forse il ritorno degli unicorni dorati.

ARGOMENTI A FAVORE – Molti sostengono che questo permetterebbe di creare uno dei più grandi mercati del mondo con oltre 850 milioni di consumatori. Le aziende troverebbero nuovi sbocchi per i propri prodotti, e gli investimenti potrebbero viaggiare in maniera più rapida e sicura. Potreste decidere di aprire un’azienda in US senza i vincoli di oggi, e importare una Mustang costerebbe zero. Potreste vendere i vostri tessuti alla Marina degli Stati Uniti, mentre un centro di ricerca di qualche big corp americana si potrebbe aprire in Europa facilmente e con grandi ricadute occupazionali e di avanzamento scientifico.

Inoltre l’effetto volano sulla stagnante Europa sarebbe unico: basti pensare allo stimolo che la concorrenza di un mercato veramente libero darebbe ad entrambe le sponde dell’atlantico.

ARGOMENTI CONTRO – Il problema principale si chiama ISDS (ricordatevene se qualche giornalista prova a chiedervelo mentre siete per strada), ed è l’arbitrato internazionale che le aziende possono richiedere contro i governi. In pratica i governi rinunciano al normale sistema legale, ne creano uno separato e affidano a tre cittadini privati (per quanto titolati) la risoluzione di tutti i problemi e i patimenti che un’azienda crede di subire. Per esempio le multinazionali del tabacco potrebbero citare in tribunale i governi che decidano di applicare leggi contro il fumo, potrebbero vedere condannati i governi, e questi non potrebbero replicare in alcun modo. Su quali basi le aziende possano citare i governi è parzialmente oscuro.

E ora guardatevi questo video dove si spiega a che punto è il dibattito al parlamento europeo.

Questo argomento si ricollega con l’altro grande problema di TTIP, la mancanza di trasparenza: sebbene esistano dei “leaks” pubblicati qui e là da vari quotidiani non si conoscono tutti i punti esatti del trattato. Questo ha alimentato tutte le fantasie complottiste, e purtroppo a ben ragione: quando qualcosa non si conosce, temere il peggio è un normale atteggiamento umano.

C’è poi il problema economico alimentare: l’economia agricola, il cibo, l’occupazione e l’eccellenza del settore andrebbero a cadere sotto i colpi di multinazionali e grandi aziende. Un esempio per tutti è quello dei dazi e dei regolamenti: importare una mucca americana, cresciuta con ormoni (legali in US), e farla finire nella filiera alimentare sarebbe la normalità. Nessuno potrebbe appellarsi, e le multinazionali del settore potrebbero citare in giudizio i governi che magari volessero limitarne l’uso ad esempio negli omogeneizzati (forse il settore più ferocemente regolamentato del food italiano). Gli allevamenti italiani, ma anche francesi, tedeschi, inglesi non potrebbero reggere il confronto prezzi e chiuderebbero.

Infine tutti i settori che in Europa sono appannaggio del welfare (salute, istruzione, utilities essenziali, tutela dei lavoratori, etc)  diventerebbero aperti alla concorrenza selvaggia e senza alcuna regola e orientati alla privatizzazione: immaginate lo scempio in tema di sanità, o di costi e sfruttamento delle risorse idriche. O la maternità come potrebbe essere trattata in aziende no rules (in US la maternità non viene riconosciuta dalla maggioranza delle aziende). E credetemi, io sono l’opposto di un no global, se mai vi venisse il dubbio.

Ci rivediamo tra qualche giorno con il secondo e ultimo approfondimento, nel frattempo i commenti sono aperti per sentire le vostre opinioni.

Roberto Chibbaro

Padre, Marito, Boss@MakeMeApp, food lover, moto traveller. Fin dove il cuore mi resse, arditamente mi spinsi.

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