Sopravvivenza metropolitana: il cibo

La sopravvivenza metropolitana è una disciplina, l’alternativa è solo una: soccombere. Ci eravamo lasciati qui. Nel post precedente la protagonista era la bici pieghevole, in particolare quella che viaggia in treno con me sulla linea Ostia-Roma. Qui invece qualche novità per sopravvivere a tavola e sconfiggere le cene di plastica.


Sono convinto del fatto che in Italia si sia toccato il punto più basso dell’impazzimento collettivo e si stia pian piano risalendo. Abbiamo vissuto un trentennio in apnea dentro la vita artificiale: inquinamento indiscriminato, uso del suolo scellerato, utilizzo delle automobili sfrenato, un consumo alimentare che annulla le stagioni e i cicli della natura, oltre che i sapori e spesso la genuinità.

La macchina fin dentro al panificio sotto casa, la residenza in un palazzo di dieci piani incastrato tra altri palazzi di dieci piani, col frigo pieno di pomodori impacchettati a gennaio e comprati alla grande distribuzione: è la nostra storia degli anni 80-2000. Sì, lo so, è anche la storia di domani pomeriggio. Intendiamoci: siamo ancora in pieno impazzimento, i panifici sono ancora pieni di macchine e le insalate di poliestere godono ancora di buona salute. Ma in giro scorgo il diffondersi di una nuova coscienza collettiva. Le biciclette aumentano a vista d’occhio, per sport e per trasferimento cittadino. Aprire un negozio di bici oggi è un’idea geniale. Altro che innovazione! Il biologico, l’agriturismo, la sostenibilità, la territorialità sono sempre più abitudini e aspirazioni di molti di noi. Naturalmente con il proliferare di una tendenza pullulano le fregature e gli speculatori. Il finto biologico riempie le cronache come quello vero. Ma nel complesso, a mio avviso, stiamo cambiando strada, nella testa di molti di noi e nelle conversazioni quotidiane sta prendendo piede il desiderio di una vita più sensata.

Come spesso accade, la rete detta, intercetta e valorizza le tendenze: sono nati i social network della spesa intelligente. Frutta, ortaggi, verdura, legumi, latticini, pane e altri prodotti da forno, carni e altro; scavalcando tutta la rete di distribuzione, è possibile rifornirsi direttamente dai produttori attraverso gli strumenti messi a disposizione da alcuni siti. Io ne ho conosciuti tre: Zolle,  Le verdure del mio orto e Kalulu.

Zolle opera solo a Roma e funziona in maniera più tradizionale: gli ideatori e gestori del sito hanno messo insieme una rete fidata di produttori agricoli e allevatori che operano nel Lazio; sul sito vengono offerte sei diverse zolle (personalizzabili in base alle esigenze familiari), cioè cassette con differenti tipologie e quantità di merce; la zolla prescelta viene recapitata a casa.

Su Le verdure del mio orto al posto delle zolle ci sono le aiuole. La selezione è più personalizzabile e la grafica più carina, quasi giocosa: selezioni un tuo orto virtuale che comprende tutti i prodotti che gradisci e consumi abitualmente. Quello che in base alla stagione è disponibile ti viene recapitato nella cassetta delle dimensioni e del prezzo fisso che hai scelto.

Kalulu si rivolge a tutta Italia ed è più innovativo, non so se più comodo: punta a far incontrare domanda e offerta in luoghi concordati tra le parti. Le aziende si presentano sul sito; i consumatori votano uno o più luoghi preferiti per la consegna delle cassette; i produttori scelgono luogo e orario di consegna e ogni settimana confezionano e espongono online le offerte; chi vuole prenota le sue cassette e si presenta dove prestabilito, con soldi in tasca e tanta fiducia.

Questi e altri sistemi nati in rete si fondano infatti su una parola chiave: fiducia. Quella dei consumatori che si affidano alle credenziali fornite dal sito e dai produttori; quella di chi coltiva e vende concordando online appuntamenti e consegne; quella di chi gestisce il sito, perché se venditori e acquirenti si comportano male, si scredita anche chi fa da tramite.

Punti fermi insindacabili: le cassette di frutta e verdura contengono solo prodotti di stagione e le aziende cambiano l’offerta settimana per settimana, anche alla luce dell’andamento della produzione o di accordi stipulati con i loro partner, magari quelli del terreno vicino.
Un’azienda, su Kalulu, trasgredendo il principio del km 0 ma non quello della qualità, vende delle ottime arance coltivate nella mia Sicilia, le arance dop di Ribera.
Naturalmente queste reti puntano tutto sulla diffusione di alimenti biologici o in ogni caso realizzati secondo processi sostenibili.

C’è altro? sì. Con curiosità e pazienza è possibile scovare altre forme alternative di acquisto direttamente dalla terra. Esistono i distributori automatici di latte crudo, esattamente come per quelli che vendono sigarette. Basta una bottiglia, meglio se di vetro, e non più di un euro per un litro. Alcune aziende girano per la città con il loro furgoncino, seguendo un calendario di soste in luoghi convenzionali: a Roma ne conosco una, si chiama Biolà e vende latte crudo, latticini, miele, gelato, carne.

Nella Capitale da sempre c’è un’istituzione che ha salvato una parte dei romani dal trentennio di plastica: i mercatini rionali. Campo de’ fiori, Testaccio, via Catania, piazza Alessandria, Trionfale, solo per citare alcuni tra i più famosi. Ma se ne trovano decine, anche più di uno per ogni quartiere. Ad esempio alla Garbatella ce ne sono addirittura tre: due all’aperto collocati ai due estremi, uno al chiuso nel cuore del rione ma aperto solo sabato e domenica. Nei mercatini rionali si trovano prodotti locali e non: Roma e il Lazio hanno una tradizione agricola e casearia formidabile e molti prodotti finiscono direttamente sui banchi. Sono gli stessi contadini a vendere il frutto delle loro terre. Li riconosci dal colore della pelle in viso e dalle mani segnate dal lavoro sui campi. Ma tanto arriva dai mercati ortofrutticoli, che smistano prodotti vari dall’Italia e dal mondo. Buoni e cattivi. I mercatini sono luoghi di aggregazione, di folclore e di colore.

Esiste poi un’altra novità, non più recentissima, che ha riscosso grande successo: i mercati della Coldiretti. Di solito solo nel fine settimana, gli agricoltori allestiscono grandi spazi di vendita diretta. Conosco quello di Roma al Circo Massimo, quello di Catania in piazza Verga, quello di Ragusa in piazza Libertà. Ma ci sono praticamente in ogni città piccola e grande d’Italia.

Infine, siamo nel pieno del boom degli orti urbani. E’ un altro segno evidente del fatto che abbiamo invertito la rotta verso stili di vita più sensati. In spazi che prima erano abbandonati, dentro le città, a Roma perfino a due passi dal Vaticano, nascono orti gestiti da volontari che nella vita fanno tutt’altro e che in molti casi si improvvisano contadini. Ma con la passione si impara in fretta. Pare che il primo orto urbano sia nato circa dieci anni fa a Brescia. Si stima che a Roma oggi ce ne siano più di 150.

Pedaliamo di più, cerchiamo roba buona da mangiare, la rete ci aiuta. Dobbiamo tenere botta, anche perché ne vale la pena: cerchiamo di farlo al meglio, scacciando via la routine alienata.

Daniele Pluchino

Sono nato a Milano e vivo a Roma. Un consulente allevato sui binari dell'alta velocità? nemmeno per idea. Sono siciliano e guai a chi se lo scorda. Cresciuto a Catania, con tanto cuore nel ragusano. Amo due fanciulle che si somigliano tanto e che si chiamano Giorgia e Marta, studio forme di sopravvivenza metropolitana ma non mi stanco di inseguire le origini: la terra, il mare, il genuino, il sud. Il mio lavoro sono la comunicazione, le istituzioni, la politica.

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