Il nodo della fiducia e il weekend del futuro.

C’è una cosa che accomuna me, voi che vi interessate della scena startup, e i facilitatori delle idee, come ha fatto #Wcap a Catania: si chiama nodo della fiducia, ed è quello su cui si basano le mura del successo. Il resto è, per citare S. Tommaso (perdonatemi), “spazzatura”.

 

E’ stato un bellissimo startup week-end all’acceleratore Working Capital di Catania: ho rivisto vecchi amici, ne ho conosciuti di nuovi e ho dato in molti casi una faccia a coloro che conoscevo solo da LinkedIn o Facebook o Twitter. Ma più di tutto sono rimasto colpito dall’impatto che eventi del genere hanno sul territorio sia come risultati reali che come forza delle idee.

Facciamo un passo indietro, se no mi è impossibile spiegarvi perché quello che oggi Catania ha sotto gli occhi, è tantissimo, molto più di quanto possiate credere. Senza volere interpretare il ruolo dell’anziano artigliere della prima guerra mondiale, che rievoca il fronte tenuto sotto l’artiglieria Austro-Ungarica, posso garantirvi che soltanto 7 anni fa, cose tipo Wcap, acceleratori e fondi, qui, nel deserto digitale del sud erano utopie. Parolacce. Sogni da cui bisognava risvegliarsi e in fretta per giunta.

Era il 2007 e io avevo un sogno digitale che resisteva e cresceva contro tutto e tutti. Abbastanza da essere notato da una grandissima azienda come Mediaset. Quando mi contattano devo confrontarmi con una struttura corporate immensa e tutto ciò che ne consegue. Tempi bellissimi e pionieristici, come racconta Simone Tornabene sul suo blog, dove alla domanda che mestiere fai se rispondevo lo startupper sentivo rispondermi, nella migliore delle ipotesi, “a si viri ca si riccu e non’aj bbisugnu’i’travagghiari”. Incubatori nemmeno a sognarli, spazi ed eventi di networking rari e sudatissimi. Ma la mancanza più grande erano le persone come te, che condividevano un sogno, un’idea, quella dell’innovazione, del digitale, del sogno dell’impresa che parte da zero e scala creando lavoro ed occupazione.  Dire che eravamo in venti, a Catania, è dire tante. Nonostante tutto divento il primo startupper del Sud Italia, se la memoria non mi inganna ( e lieto di essere smentito), a prendere un round di finanziamento. Sicuramente quello più a sud d’Italia. Giornali, Radio, un po’ di Tv. E la gente all’improvviso capisce che un nuovo mondo è possibile, e che non tutti faremo lo stesso mestiere, perché ci sono dei sognatori che non si sono arresi. D’altronde, se fai questo mestiere lo sai, non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta. Il resto è (microscopica) storia che finisce e ricomincia.

Fast Forward al 2014. Guardo gli eventi di Telecom Italia dove sono mentor, ambassador, e dove rappresento anche Ragusa Digitale e intorno a me vedo solo persone che parlano la mia lingua e che vivono, respirano e mangiano pane e startup. E che attraggono ragazzi già dai 15 anni di età. E capisco una cosa, un grande merito che ha avuto Working Capital creando una presenza stabile, un baluardo contro la desertificazione digitale e sociale. Ha creato un nodo di fiducia che lega tutti noi, che lega noi e il territorio, che lega noi e il futuro. Che dice che si, il futuro si può modellare. E che creare opportunità e dare fiducia è l’unica risposta possibile alla sfida del futuro di questa terra. E lo ricorda alla città con uno spazio che non puoi ignorare.

Se avete un sogno, le candidature sono ancora aperte, fino alla mezzanotte di oggi. Inviatelo qui e stringete un nodo di fiducia con questa terra.

 

Roberto Chibbaro

Padre, Marito, Boss@MakeMeApp, food lover, moto traveller. Fin dove il cuore mi resse, arditamente mi spinsi.

Rispondi