Il copyright è morto. Forse.

Quando mi occupo di Unimagazine, ho a che fare con persone di ogni genere, età, estrazione e idee. Molti sono studenti, al di sotto dei 24 anni che spesso mandano delle mail che mi fanno capire come la fuori ci sia un mondo con una percezione della realtà diversa dalla nostra. E per nostra intendo anche te lettore del web, che sei nella generazione 30/40, mastichi web 2.0, e usi il Nazbatag come filo interdentale.

Eh si, perchè un minuto fa i ragazzi della redazione mi hanno girato questo testo:


“Salve,

ho letto che non è possibile pubblicare appunti protetti da copytight ma solo prodotti da me o distribuiti con licenze che li rendano di pubblico dominio. Come fare per sapere se sono distribuiti secondo queste licenze?
Il fatto che siano disponibili in rete non li rende di per se di pubblico dominio?”

Capite quanto sia esplosiva e rivoluzionaria una lettera del genere? Non puoi spiegare il copyright alla nuova generazione, o almeno non quello tradizionale dei nostri padri e nonni; è come se provassi a spiegare ad un adulto che deve andare a cavallo, perche la macchina non si può usare.

Credo che le aziende debbano decisamente affrettare la riflessione sul tema…

4 commenti

  1. Alessandro Baffa   •  

    Assolutamente d’accordo! Il concetto di copyright ha assunto una valenza e un peso molto diversi rispetto ad anni fa. La rete e la sua esplosione, soprattutto in questo momento “2.0”, ne ha forzato una ridefinizione, ma nella pratica le aziende si comportano esattamente come prima. La mail da te ricevuta dimostra come il concetto di copyright vecchio-stile sia già percepito come vecchio dalle nuove generazioni. La conseguenza pericolosa è che questa percezione, unita alla chiusura al “nuovo” delle aziende, possa portare le persone a scavalcare la legge perchè non sentita più come qualcosa di giusto, o realistico, ma come semplicemente qualcosa di vecchio, che “è giusto scavalcare”. Sono sbagliati entrambi i comportamenti. E’ un circolo vizioso, a mio avviso, che può essere spezzato solamente da un lato: quello delle aziende.

    E’ uno dei motivi per cui è nato Creative Commons.

  2. Alessandro Baffa   •  

    Chiedo scusa, volevo dire che la domanda posta nella mail
    “Come fare per sapere se sono distribuiti secondo queste licenze?”
    è uno dei motivi per cui è nato Creative Commons.

  3. Mushin   •  

    Come ho avuto modo di dire e motivare al TrinacriaCamp, il futuro migliore eè Creative Commons. Ma implica duro lavoro per diffonderne la corretta conoscenza, che inevitabilmente sta alla base dell’opportuno utilizzo di uno strumento più “complesso” del copyright. Ma molto, molto, molto migliore.

  4. Pingback: Intervista sulle creative commons a lawrence lessig | Dietro le quinte

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